domenica 4 luglio 2010

La Paura: che cos'è? (di Maria Luisa Gargiulo)

Approfondiremo il tema dei comportamenti inadeguati in immersione, delle paure, degli attacchi di panico, di quelle emozioni e di tutti quei sentimenti particolarmente problematici per il sommozzatore, per chi insegna subacquea, si occupa di emergenze e fa salvamento.
Prima di parlare della paura in immersione, delle differenze e delle possibilità delle varie tecniche per affrontarla e delle sfumature tra paura, angoscia, panico ecc, in questo articolo conosciamo meglio questo stato emotivo tanto frequente quanto a volte indesiderato.
Che cos'è la paura.

La paura è un'emozione che interessa in misura variabile ogni essere umano, lasciando molto spesso tracce indelebili nella sua mente, che possono riemergere in forma più o meno drammatica sia a livello cosciente che nei sogni. La paura è un'emozione che può generare grossi problemi di adattamento e che in casi estremi può dare la morte alla persona che ne è vittima. Ma è anche un'esperienza quotidiana, un meccanismo di allarme che generalmente consideriamo negativo, un'esperienza da evitare quando ci sentiamo impotenti, deboli, spaventati da qualcosa di pericoloso. In effetti, come ogni reazione psicofisiologica anche la paura ha le sue "ragioni", ossia ciò che ci accade dovrebbe servirci per vivere meglio.
La paura non costituisce semplicemente una meccanica e istintiva risposta a un pericolo, ma piuttosto una modalità complessa messa in atto dagli individui per relazionarsi all'ambiente ed esplorarlo contenendo i rischi. Inoltre, in modo analogo a qualsiasi altra esperienza emotiva, essa non è semplicemente un modo di sentire, ma un vero e proprio sistema, costituito da più componenti e fasi, il cui funzionamento accade lungo una linea temporale di azione ben precisa.
Pertanto la paura non è qualcosa di negativo, come una patologia da evitare, infatti, lo studio delle emozioni, sia a livello neurofisiologico sia psicologico, porta a capovolgere questo luogo comune, mostrando come solo grazie alla paura è possibile affrontare in modo adeguato il pericolo.
La paura va vista come una reazione al pericolo e pertanto positiva. Essa è tra le emozioni una delle più antiche e riveste un valore adattivo enorme.
Il nostro "sistema organismo" attribuisce una importanza gerarchica fondamentale a questa emozione perché legata alla nostra sicurezza e sopravvivenza. L'evoluzione ha predisposto il sistema nervoso umano in modo tale che una forte paura abbia la precedenza su qualsiasi altra cosa nella mente e nel corpo. L'organismo di fronte ad un evento minacciante reagisce con comportamenti che l'essere umano ha in comune con numerosi altri animali. Fiutare il pericolo, allertare l'attenzione, esaminare la situazione bloccare ogni altra attività.
La paura interviene sulla soglia d'allarme ossia sulla nostra capacità di mobilitarci alla presenza di un evento (sensibilizzazione). Ciò sta ad indicare che particolari eventi sono interpretati come "pericolosi" dall'organismo; vi è però la possibilità di modificare la nostra soglia d'allarme e conseguentemente diminuire la nostra reazione (assuefazione).
Abbiamo parlato della paura come una risposta al pericolo. Ma cosa interviene a farci percepire uno stimolo come dannoso e a guidare la nostra conseguente condotta? Quale caratteristica deve avere uno stimolo per attivare il nostro sistema di valutazione del pericolo?
L'organismo effettua una "valutazione della minaccia" in base a vari fattori. Pertanto ancora una volta non è importante in sé e per sé quale sia l'evento esterno, ma piuttosto quale sia la valutazione che il nostro organismo ne da.
Sappiamo ad esempio che a volte le persone cercano alcuni tipi di pericolo attivamente e dandone una valutazione positiva, il loro organismo reagisce ad esso non con una reazione di paura ma di interesse.
Se consideriamo alcuni sport estremi, lo stesso esporsi al pericolo viene perseguito come una meta e diviene per chi pratica queste discipline uno dei moventi dichiarati all'azione, che origina piacere e non paura.
Molti studiosi si sono interrogati su cosa succeda dentro di noi quando siamo di fronte ad un evento e quale sia il modo in cui il nostro sistema di valutazione regoli le proprie attività.
Una delle interpretazioni più felici è quella che vede il sistema valutativo in 5 livelli.
Se potessimo monitorare al rallentatore il processo che in realtà è molto rapido e spesso inconsapevole potremmo scandire 5 momenti di valutazione fondamentali:
1) novità o prevedibilità: l'organismo si attiva di fronte a stimoli che siano nuovi, non categorizzati in altre precedenti esperienze, oppure improbabili rispetto al contesto in cui accadono, cioè inattesi;
2) piacevolezza o spiacevolezza: l'organismo valuta il grado di piacere che trae dall'esperienza che sta vivendo;
3) funzionalità rispetto ai bisogni: l'organismo valuta l'esperienza in base alla sua utilità o meno rispetto a quanto si sia prefisso di raggiungere, ai bisogni immediati che prova in quel momento;
4) gestibilità della situazione: valutazione dell'impatto dello stimolo sugli scopi della persona e sulla sua facilità di gestirlo (coping);
5) compatibilità con le norme sociali: l'organismo valuta quanto e se il nuovo elemento possa essere più o meno coerente, più o meno compatibile con i principi ed i valori dell'individuo.

Cosa ci succede quando abbiamo paura?

In genere, colui che è in preda a una violenta paura si guarda intorno circospetto, inibisce l'azione fino a immobilizzarsi, trema, piange, si fa piccolo e se può si nasconde; si allontana velocemente dallo stimolo temuto e cerca di raggiungere una fonte di sicurezza; può anche inciampare, balbettare o svenire.
Darwin, che condusse nel 1872 uno studio comparato sulle espressioni delle emozioni, descrisse in questo modo gli effetti della paura nell'uomo: "La paura è spesso preceduta da stupore ( ... ). Gli occhi e la bocca si spalancano, le sopracciglia si alzano. L'uomo spaventato sta dapprima immobile e senza respirare come una statua, oppure s'accoccola istintivamente come per sottrarsi alla vista del suo nemico. Il cuore batte a colpi precipitosi e violenti ( ... ) la pelle impallidisce come all'inizio di una sincope ( ...). Nei casi di intenso spavento si produce una traspirazione sorprendente; questo fenomeno è tanto più rilevante perché in quel momento la superficie cutanea è fredda, da cui il termine popolare di "sudori freddi" ( ... ) inoltre i peli si rizzano e dei brividi percorrono i muscoli superficiali. Nello stesso tempo in cui la circolazione si altera, la respirazione precipita. Le ghiandole salivari funzionano in modo imperfetto: la bocca diventa asciutta e si apre e chiude spesso. Ho anche notato che in situazioni di leggera paura vi è la tendenza a sbadigliareÉ.".
Questo studioso ci sta raccontando di un insieme di accadimenti repentini e coordinati, di una tempesta di modificazioni: l'organismo pare essere completamente dedicato a questo.
Si chiama "arousal" questa attivazione psicofisica globale governata da quella combinazione di segnali elettrici e di trasmettitori chimici su cui si basa il nostro sistema nervoso centrale (arousal corticale) e comprende inoltre modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo (arousal simpatico) oltre a variazioni. muscolari. Queste reazioni caratterizzano la cosiddetta reazione di emergenza. Tale attivazione è connessa a cambiamenti ormonali.

Che succede nel cervello?

Il circuito primitivo
Il primo meccanismo che si attiva è quello chiamato del "circuito primitivo". Esso porta a termine l'esame generando una reazione emotiva, positiva o negativa, a qualsiasi oggetto e sensazione entri nel nostro campo di azione. Valuta ogni elemento individuandone la dannosità. Il circuito della paura ci predispone al pericolo ancora prima di comprendere quale sia l'eventuale minaccia perché agisce al di fuori del diretto controllo conscio o razionale.
Ha sede nella profondità dell'encefalo in una struttura antichissima: il sistema limbico. Esso è formato oltre che dal talamo e dall'ipotalamo, dall'ippocampo e dalla amigdala.
Da queste strutture Sono esaminati gli elementi essenziali di una condizione di pericolo, non i dettagli. L'amigdala, in particolare, sembra in grado di memorizzare semplici ed elementari ricordi di sensazioni che abbiamo imparato a temere.
L'ipotalamo regola le funzioni automatiche del corpo, come il mantenimento degli organi interni e la secrezione di alcuni importanti ormoni. Questi comprendono l'ormone chiave delle emergenze, il fattore di rilascio della corticotropina, o Crf, che prepara l'intero organismo alla lotta o alla fuga con una cascata di ormoni e di altre sostanze nel corpo e nel cervello.
Una struttura vitale di tessuto è il locus coeruleus che controlla la secrezione di un'importante sostanza di emergenza, la noradrenalina.
Altri sistemi di neurotrasmettitori situati in questa regione producono serotonina, dopamina, acetilcolina e adrenalina. Differenti combinazioni di questi e di altri neurotrasmettitori diffusi in aree specifiche del cervello possono produrre differenti livelli di paura.
Il circuito primitivo è molto rapido ma poco preciso.

Il circuito razionale
Successivamente il nostro cervello lavora per affinare la propria reazione agli stimoli. Questo perfezionamento avviene facendo filtrare le informazioni attraverso la corteccia, che raccoglie i flussi di dati in arrivo dai sistemi sensoriali, e li collega con la nostra memoria. Mentre si genera un'immagine sempre più chiara e dettagliata, Sulla base di queste informazioni, è possibile riesaminare la decisione iniziale e valutarne la correttezza, adattando la reazione alla nuova valutazione. Il collegamento tra la corteccia e il sistema limbico è quello che viene chiamato "circuito razionale".
Questo è più lento e più elaborato. Opera entro i massicci lobi frontali della corteccia cerebrale, in particolare nella corteccia prefrontale, situata appena dietro la fronte. Questo complesso apparato sottopone a un'analisi altamente sofisticata le informazioni ricevute dal circuito primitivo e dalla corteccia. Ci permette di valutare e analizzare razionalmente una paura specifica e di soppesare molte diverse possibilità e opzioni, comprese alcune risposte assai più articolate di tipi di lotta e di fuga, prevedendo per esempio la negoziazione.
L'analisi di questo secondo circuito è più lenta, ma anche più approfondita rispetto a quella istantanea del circuito primitivo.

Il circuito conscio
L'Ultimo circuito, da alcuni ritenuto il più potente, ancora molto discusso e parzialmente sconosciuto, è il circuito conscio. E' un'elaborazione del sistema di vigilanza ed è il decisore supremo. E' a livello del conscio che vengono prese le decisioni tra le possibilità offerte dal circuito razionale. Può cercare di arrestare la reazione di fuga o di lotta scatenata dal circuito primitivo. Il conscio è caratterizzato dalla autoconsapevolezza, ossia dalla coscienza di provare paura. E questa consapevolezza che ci permette di distinguere una più primitiva e semplice reazione al pericolo da ciò che può essere più propriamente chiamata emozione di paura.
Durante tutta la reazione di arousal vengono rilasciate endorfine che limitano o impediscono di percepire il dolore durante la reazione alla minaccia.

Esempio di una reazione di paura

Proverò a raccontare ciò che potrebbe accadere a chiunque di noi nel giro di pochi attimi, rallentando il racconto per poterlo meglio descrivere.
Siamo in immersione e stiamo nuotando lungo una parete, al margine estremo del campo visivo, mezzo oscurato dalla struttura semiopaca della maschera, il nostro circuito della paura ha individuato una confusa macchia grigia in movimento nella nostra direzione. Il circuito primitivo prepara immediatamente i nostri ormoni e il nostro sistema nervoso autonomo si prepara alla reazione di lotta o di fuga. L'ipotalamo segnala alla ghiandola pituitaria di secernere gli ormoni dell'emergenza. I muscoli si contraggono, gli occhi si spalancano, la pressione sanguigna si innalza e le pupille si dilatano.
Il circuito razionale è adesso in grado di elaborare l'informazione specificamente derivante dalla minaccia. "qualcosa di sconosciuto ed inatteso si sta avvicinando".
Il circuito primitivo segnala all'ipotalamo di preparare la reazione. Le ghiandole surrenali cominciano a secernere adrenalina nel circolo ematico. Contemporaneamente il locus coeruleus nella formazione reticolare rilascia grandi quantità di noradrenalina direttamente nel cervello, aumentandone la reattività. L'ippocampo e l'amigdala vengono sollecitati a conservare più facilmente i ricordi. L'equilibrio chimico è precario. Troppa noradrenalina nel cervello può sopraffare l'intero sistema, portando al panico e alla confusione, anziché alla vigilanza e all'attenzione.
Per un istante ci immobilizziamo trattenendo il fiato, Ma il circuito conscio che regola il comportamento è ancora in grado di controllare e modulare alcune reazioni: "devo continuare sempre a respirare".
Durante il nostro corso di subacquea, abbiamo imparato a contrapporre volontariamente l'azione respiratoria alla nostra tendenza all'apnea che si verifica quando siamo stupiti o spaventati.
La reazione primitiva di trattenere il fiato è un comportamento che cerca di renderci meno visibili a un predatore. Allo stesso tempo trattenere il fiato fa sì che si produca meno rumore e perciò che si richiami meno l'attenzione, oltre a permettere di udire più distintamente i suoni intorno a noi. Ma abbiamo saputo contrapporre a questa tendenza così biologicamente prepotente, adatta forse sulla terraferma e magari in una foresta, un apprendimento consapevole.
Ci giriamo per affrontare il pericoloso elemento minacciante. Questo comportamento ci offre la possibilità di avere il tempo e le informazioni per valutare la scelta tra la lotta o la fuga, ma non ci impedisce di reagire visceralmente come è imposto dal nostro circuito primitivo. Il cuore galoppa e il viso impallidisce, mentre sangue carico di adrenalina affluisce nei muscoli. Sentiamo la bocca ancor più arida, perché il circuito primitivo della paura blocca l'apparato digerente, comprese le ghiandole salivari.
Vediamo un grosso squalo pinna bianca agitarsi a poca distanza da noi. Una delle caratteristiche dello stupore e della paura è quella di farci tendere a socchiudere la bocca, ma anche questa predisposizione dettata dal circuito primitivo deve essere intercettata dal circuito razionale che fa prevalere quasi immediatamente l'abitudine a tenerci stretto in bocca il nostro erogatore.
Il circuito primitivo ha segnalato alla corteccia prefrontale di stare in massima all'erta e mentre il circuito razionale produce e soppesa freneticamente le opzioni, decidiamo consciamente: "questa specie non è pericolosa".
Anche se interviene un elemento a far cessare il pericolo Nel cervello, l'amigdala - i cui circuiti elettrochimici pulsano ancora, dopo il rischio che abbiamo corso segnala insistentemente all'ippocampo: "ricordati di quell'elemento". La nostra attivazione da evitamento si trasforma in curiosità ed eccitazione. Siamo ancora tesi ma non interpretiamo più la nostra agitazione come paura bensì forse come interesse.

La lotta, la fuga e altre strategie

Ad un livello viscerale come ad uno più raffinato esistono delle tipologie di reazione che si sostanziano in alcune strategie comportamentali. La lotta o la fuga sono i due opposti che esemplificano la scelta tra evitare e affrontare i problemi.
Esistono, infatti, strategie di "monitoraggio" o di "negazione" del problema o dell'evento problematico; ci sono, infatti, modi di affrontare il pericolo che comportano un suo diretto controllo, altri che invece si basano sul prendere le distanze da esso, in senso reale oppure psicologico.
Sono osservabili reazioni di "fuga, lotta o ritirata strategica" anche tra gli animali. Come spesso accade alcune di queste reazioni sono efficaci solo se consentono un comportamento elastico e flessibile, mentre se portate all'estremo finiscono per essere patologiche.
1) Immobilità - A volte la persona si blocca come per essere meno visibile al suo aggressore, paralisi questo però portato all'estremo genera la famosa "impotenza appresa" che per alcuni autori porta alla depressione caratterizzata proprio da un senso di ineluttabile sconfitta.
2) Evitamento - Nascondere l'elemento problematico o nascondersi ad esso, tapparsi occhi o le orecchie. Questo modo di reagire è efficace solo se temporaneo perché può essere utilizzato dall'individuo per prendersi il tempo necessario per organizzare le proprie forze. Se invece questa modalità è usata in maniera sistematica, ci troviamo di fronte ad una reazione inefficace oltre che psicotica.
3) Diluizione e negazione - La prima determina un'esposizione graduale allo stimolo, la seconda un evitamento. La negazione e disfunzionale perché non consente all'individuo un efficace esame di realtà e così lo rende vulnerabile.
4) Frustrazione collera - La reazione di rabbia e aggressività comporta una modificazione nell'aspetto e nel comportamento in senso negativo; divenire spaventosi serve per intimidire l'avversario. Da questo può scaturire la
5) Reazione di attacco con tutte le sue implicazioni fisiologiche. Il segnale di pericolo trasforma il nostro organismo come se si trattasse di una macchina da combattimento. L'accrescimento della forza è dovuto a una combinazione di adrenalina, noradrenalina e di altri ormoni dello stress. L'azione di questi ormoni consente alle persone che si trovano in situazioni di forte paura di compiere a volte atti di eroismo che richiedono straordinarie capacità fisiche. Il circuito primitivo della paura segnala al fegato di rilasciare le sue riserve di zuccheri nel circolo sanguigno. Stimolato dall'adrenalina il fegato diventa più efficiente nel produrre nuove riserve di glucosio, cioè il combustibile usato dai muscoli. Il respiro si fa più profondo e veloce e la capacità polmonare aumenta spingendo più ossigeno. La milza si contrae, emettendo altri globuli rossi che incrementano la capacità del sangue di trasportare ossigeno. Una maggiore quantità di sangue ricco di ossigeno e di zuccheri affluisce nei grandi muscoli delle braccia e delle gambe.
6) Sottomissione pacificazione - Si tratta del tentativo di scampare al pericolo accettando il ruolo di colui che ha perso e che si arrende concedendo al vincitore tutte le facoltà di gestire ciò che verrà successivamente. È una modalità di reazione che mira a stabilire una relazione asimmetrica (vincitore /vinto) dove il potere viene esercitato anche attraverso i più svariati simboli. Di solito però, dopo la sottomissione vi è una fase di pacificazione nella quale l'aggressore non ha più bisogno di esercitare comportamenti realmente minacciosi ma solo a volte di evocarli vagamente. In questa fase chi ha il potere utilizza il comportamento di fare delle concessioni ed elargizioni bonarie come ulteriore modalità per sottolineare la propria posizione di dominio. Questa situazione potrebbe dare alla persona che si è sottomessa la possibilità di "rifarsi" approfittando del momento di tregua.
7) La riconversione - Consiste nella ridefinizione della situazione che viene "ristrutturata" secondo una nuova ottica più positiva o comunque differente da quella che spaventava.
Questa strategia Può aiutare non solo ad allentare la tensione, ma anche a favorire un salutare distacco dall'evento che ci sta schiacciando. Vedere dall'alto significa, infatti, anche "staccarsi-da-terra", porre una maggiore distanza tra noi e il pericolo, non nel senso che ci si allontana fisicamente, ma che si dà modo alla nostra mente di elaborare, valutare e ricostruire l'esperienza che si sta vivendo, per negativa e spaventosa che sia.
In conclusione la paura scatena la reazione immediata del circuito primitivo che attiva la reazione di fuga o di attacco, queste che sono geneticamente determinate per millenni hanno rappresentato la nostra unica ancora di salvezza. In realtà però quando noi possediamo informazioni che ci indicano che la strategia di comportamento più adatta è un'altra, o quando il rischio che corriamo è tollerabile, occorre mediare razionalmente la nostra tendenza all'azione. A questo punto intervengono come mediatori i meccanismi più lenti ma più complessi del circuito razionale così da impedirci di agire in modo riflesso scappando o attaccando. Le variabili di sorpresa, novità, abitudine, rivestono una grande importanza perché ci consentono di modulare le nostre risposte, un altro fattore è determinato dal significato che gli accadimenti hanno per l'individuo.
La paura per concludere non può essere evitata ma deve essere "gestita".

L'articolo è tratto da: www.psychomedia.it

sabato 20 febbraio 2010

Il reato di mobbing

Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

Più in generale, il termine indica i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge ad un suo membro.


Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all’azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all’esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.

Per potersi parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.

Va peraltro sottolineato che l’attività mobbizzante può anche non essere di per sé illecita o illegittima o immediatamente lesiva, dovendosi invece considerare la sommatoria dei singoli episodi che nel loro insieme tendono a produrre il danno nel tempo. In effetti, l’ingiustizia del danno, vale a dire dell’evento lesivo non previsto né giustificato da alcuna norma dell’Ordinamento giuridico, deve essere sempre ricercata valutando unitariamente e complessivamente i diversi atti, intesi nel senso di comportamenti e/o provvedimenti.

Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell’usuale dialogo e del rispetto.

Si parla di mobbing verticale quando un superiore per licenziare un dipendente in particolare perché antipatico, poco competente e produttivo; e di mobbing orizzontale quando in ufficio un collega non è accettato per i diversi interessi sportivi oppure perché diversamente abile. Il mobbing strategico si ha quando l’attività vessatoria e dequalificante tende ad espellere il lavoratore, per far posto ad un altro lavoratore (di solito in posizioni di dirigenza o apicali)

In ogni caso, il mobbing è riferibile ad un complesso, sistematico e duraturo comportamento del datore di lavoro, che deve essere esaminato in tutti i suoi aspetti e nella loro conseguenzialità, per creare un coacervo di stimoli lesivi che non può né deve essere frazionato o spezzettato in tanti singoli episodi, ciascuno dei quali aventi un proprio effetto sanitario ovvero giuridico. Anche perché si è soliti ammantare con solide motivazioni anche gli atti peggiori, sì da dare ad essi una parvenza di legittimità. Gli anzidetti concetti sono importanti per la dimostrazione giudiziale del mobbing.

Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente di lavoro è stato alla fine degli anni ‘80 lo psicologo svedese Heinz Leymann che lo definiva come una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa.

Secondo un’indagine del 1998, il 16% dei lavoratori inglesi denuncia di essere vittima di mobbing; l’Italia è ultima nella classifica UE con un 4,2%. Alcuni contratti sindacali, come quello dei metalmeccanici in Germania, prevedono un risarcimento di circa 250.000 euro per i lavoratori mobbizzati.

La pratica del mobbing sul posto di lavoro

La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l’attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull’accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di “cancellazione” del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. Altri elementi che fanno configurare il mobbing, possono essere “doppi sensi” o sottigliezze verbali quando si è in presenza del collega oggetto di mobbing, cambio di tono nel parlare quando un superiore si rivolge al collega vittima, dare pratiche da eseguire in fretta l’ultimo giorno utile. Un esempio puo’ essere il seguente: un collega, in presenza di altri colleghi, li invita ad una cena chiedendo ad ognuno di loro “allora te l’ha detto Caio che stasera vieni con noi a cena?”, mentre al collega mobbizzato gli dice invece “tu non vieni?”. Molte volte succede che l’”ordine” di aggressione al collega mobbizzato viene dall’alto ed è finalizzato alle dimissioni di qualcuno. In questo caso i colleghi che effettuano il mobbing eseguono servilmente le disposizioni del superiore anche se il collega mobbizzato non ha fatto niente di male a loro. Tutte queste situazioni ed in genere gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in “prove certe” da utilizzare in un eventuale processo per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.

Secondo L’INAIL che per prima in Italia ha definito il mobbing lavorativo qualificandolo come costrittività organizzativa le possibili azioni traumatiche possono riguardare la marginalizzazione dalla attività lavorativa, lo svuotamento delle mansioni, la mancata assegnazione dei compiti lavorativi o degli strumenti di lavoro, i ripetuti trasferimenti ingiustificati, la prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto o di compiti esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psico-fisici, l’impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie, la inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro, l’esclusione reiterata da iniziative formative, il controllo esasperato ed eccessivo.

E’ quindi chiaro che il mobbing non è una malattia ma rappresenta il termine per indicare la complessiva attività ostile posta in essere solitamente da un datore di lavoro (pubblico o privato, da solo o in combutta) per demansionare il lavoratore, isolarlo e obbligarlo al trasferimento o alle dimissioni.

In Italia, le tutele al licenziamento o trasferimento in altre sedi dei lavoratori sono maggiori che in altri Paesi ed è abbastanza diffusa la pratica di ricorso al mobbing per indurre nel lavoratore le dimissioni laddove il licenziamento è possibile solo per giusta causa (art.18 dello Statuto dei Lavoratori).

Fonte: Wikipedia

venerdì 22 gennaio 2010

Spiare un cittadino è reato in qualsiasi caso, anche in un garage aperto-Corte S. di Cassazione

I cittadini non possono essere spiati nemmeno in garage. Il divieto di 'controllo' e' esteso anche all'ingresso di casa e al pianerottolo. A stilare l'elenco dei luoghi off limits al 'grande fratello' e' la Corte di Cassazione. Lo fa con la sentenza 25666 con la quale ha respinto il ricorso di Alfredo A., un signore di Forli' condannato a quattro mesi di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale, per interferenze illecite nella vita privata per aver ripreso con una videocamera le attivita' svolte da Ida Z. nel garage dove erano custodite le macchine. Per la Suprema Corte queste riprese ledono ''il diritto alla riservatezza della vita individuale dalle interferenze illecite altrui''. Il caso analizzato dai giudici di Piazza Cavour e' servito loro per fissare i confini entro i quali i cittadini devono attenersi se non vogliono avere guai con la giustizia. Ebbene, secondo la Suprema Corte la privacy di una persona viene lesa non solo ''nei luoghi di privata dimora'', ma anche ''nelle appartenenze di essi''. Compie pertanto il reato di interferenza illecita nella vita privata (art. 615 bis c.p.) chi sorveglia il cittadino in un garage, anche se aperto al pubblico, sul pianerottolo o davanti all'ingresso di casa. Insomma, specifica la Cassazione nel suo elenco, il divieto di 'sorveglianza' deve esere applicato su ''tutte le cose che siano legate con l'abitazione o con altro luogo di privata dimora da stretto rapporto pertinenziale ai sensi dell'art. 817 c.c., come ad esempio, gli ingressi, anche se prospicienti sulla pubblica via, non potendosi confondere - mettono in chiaro i giudici con l'Ermellino - il diritto civilistico di veduta con la facolta' (soggetta a restrizioni penalmente garantite) di documentare fatti della vita privata altrui''.

(Data: 14/06/2003 - Autore: Adnkronos)

Fonte: www.studiocataldi.it

martedì 19 gennaio 2010

Vox populi, vox dei." Voce di polpolo,voce di Dio"

Aforisma latino, che nella realtà quotidiana naviga nel più vero degli atteggiamenti umani o per lo meno in quello di chi ha poco a cui pensare se non ai fatti degli altri.
Capita spesso che per il modus vivendi di una persona o semplicemente per un modo di essere, si accendano le micce delle dicerie, delle pericolosissime e spesso stereotipe affermazioni che trovano riscontro nell'ingenuità di chi ascolta.
Generalmente è più facile che trovino riscontro positivo dove la cultura non è tra la più ricca e con facilità queste trovano facile appiglio nelle paure delle persone.
Un po' come le fobie, che altro non sono se non la paura di ciò che non si conosce.Infatti, i cambiamenti, i mondi sconosciuti e tutto ciò che è profano, incute sempre timore.
E' da quì che nasce spesso il pregiudizio, il giudizio precoce e spesso infondato nei confronti di qualcosa o qualcuno che non si conosce o che per qualche motivo ci ha già dato modo di pensare.
Sono poche le persone che comprendono la pericolsità di tale pettegolezzi, pochi coloro che ascoltano con terzietà lasciando al beneficio del dubbio l'attenuante dell'inconsapevolezza.
Come dico sempre: "quello che conta sono i fatti e non le chiacchiere ed ognuno è libero di fare ciò che vuole , sempre senza nuocere al prossimo".
Purtroppo però, la società contemporanea, nonostante sia il XXI secolo, crea ancora allarmismi e spesso conduce verso la deriva qualcosa o qualcuno marchiato da infamanti storie.
Sarebbe più opportuno rispettare il detto :"non dire ciò che di me non sai, pensa di te e poi parlerai", sarebbe meglio valutare o per lo meno appurare ciò che non si conosce.
Tutti hanno i loro scheletri negli armadi, ma come sempre pensare ai fatti degli degli altri è la cosa più bella del mondo, vero?
Credo che più si ha a che fare con qualcosa o qualcuno che desta interesse e più si è interessati.
Il giudizio del polpolo probabilmente è veramente importante per la convivenza nella società, ma questo deve essere sempre il più veritiero e comprensivo possibile.

Andrea Piobbici

lunedì 24 agosto 2009

IL DOLORE

La definizione scientifica del dolore è : "esperienza spiacevole, sensitiva ed emotiva, attribuita a o descritta come danno tissutale". La percezione del dolore è uno dei sistemi di difesa sviluppati dagli esseri viventi per la sopravvivenza e l'allontanamento degli stimoli pericolosi.
E' il risultato finale di una serie di eventi : la trasduduzione, la trasmissione e la modulazione dello stimolo doloroso o nocicettivo.
La trasduzione è la conversione, effettuata dai recettori nervosi periferici, di stimoli chimici, meccanici e termici in eccesso in impulsi elettrici che viaggiano lungo le fibre nervose.
Il tipo di stimolo è codificato dalla frequenza degli impulsi.
La trasmissione dello stimolo doloroso avviene attraverso vie nervose contenute dapprima nei tronchi (nervi propriamente detti), poi nelle radici e quindi nel midollo spinale, costituendo il fascio spino-talamico.
Il talamo, punto di arrivo di queste vie, è un importante centro di smistamento degli input nocicettivi e sensitivi in generale, soprattutto alla corteccia cerebrale dei lobi frontali e parietali.
La trasmissione è influenzata da due importanti fenomeni : la cosiddetta sensibilizzazione ed il "gate control". La prima, causante l'iperalgesia cioè l'esagerata percezione dello stimolo, è la facilitazione della trasmissione dello stimolo doloroso quando si protrae nel tempo. La teoria del gate (cancello) control si fonda sull'evidenza che gli altri input sensitivi non dolorifici possono "chiudere il cancello" ed impedire la trasmissione degli input nocicettivi. Poiché le vie nervose che conducono gli stimoli sensitivi periferici verso la corteccia cerebrale hanno una capacità di conduzione quantitativamente limitata, l'aumento degli input non nocicettivi riduce la trasmissione di quelli dolorifici. Su questo principio si basano tecniche analgesiche come l'agopuntura.
La modulazione: Alla corteccia cerebrale non giunge lo stimolo esattamente come era partito dal recettore periferico: durante il suo decorso esso subisce un processo di modulazione: esistono strutture cerebrali, come il grigio peri-acqueduttale e nucleo del rafe magno, da cui originano vie nervose discendenti che vanno ad influenzare, soprattutto a livello del midollo spinale, le vie ascendenti del dolore, riducendo la trasmissione degli stimoli elettrici nocicettivi.
I mediatori chimici coinvolti in questi processi sono la serotonina, la noradrenalina ed i cosiddetti oppioidi endogeni, o endorfine, analgesici veri e propri prodotti nel nostro organismo.
La sensazione dolorosa
In definitiva va oltre la mera percezione: e' infatti il risultato finale di una serie di stimoli che sommandosi coinvolgono le aree recettive del sistema nervoso. Ne risulta un'esperienza sgradevole modificabile col passare del tempo. In termini tecnici si dice che l'esperienza dolorosa comprende:
la la presa d'atto dell'arrivo dell'input nocicettivo dalla periferia ("sensazione", percezione cognitiva o dolore propriamente detto).
Una componente affettivo/motivazionale (la sofferenza), correlata alla personalità ed allo stato psicologico dell'individuo. Per questo la percezione del dolore è così variabile.

fonte: dolore.biz

A volte il dolore motivazionale è più complesso dell'input nocicettivo ed a volte è molto più difficile da curare.
La medicina migliore dicono i maestri Zhen, sembra trovare appoggio nel tempo e nella cura del proprio spirito.
Tuttavia se i danni arrecati o i fatti che hanno portato a tale dolore sono tali da sconvolgere il nostro equilibrio emotivo, ecco che allora non sarà solo il tempo ad aiutarci.
Sembra a volte che per molti sia facile trovare una terapia veloce, mentre sembra che per i più sensibili servano altri input.
Dicono che chi cammina nell'ombra della notte senza accorgersene non vedrà mai la luce, ma io dico che quando si è camminato per del tempo in una luce artificiale o comunque non genuina, a volte la notte può essere il faro migliore.
Andrea Piobbici

sabato 15 agosto 2009

Amare significa lasciare libera e felice una persona

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I forti non crescono in mezzo agli agi, e fare e essere ciò che siamo e capire chi siamo ci permette di non perderci… mai, e se si commette un errore è giusto capire tutto, sopratutto quando pagano i più forti… non sono perfetto, ma invece di perdere tempo nelle miriadi di stupidaggini, invece di sprecare le energie, perché non ci impegnamo con il cervello (perché è questo che ci distingue dagli animali) a non fare male, se non a noi stessi (errare per noi è comprensibile) almeno agli altri, questo basterebbe davvero… è che purtroppo si sbaglia perché si è comodi.